
È il 6 gennaio 1979 e il fotografo Anton Corbijn sta ritraendo, nella metropolitana di Lancaster Gate, non lontano da Notting Hill, un gruppo semisconosciuto di Manchester, noto dalle parti del Nord dell’Inghilterra con il nome Warsaw, nome che presto avrebbero dovuto cambiare, essendo già reclamato da un’altra band punk della zona. Diventeranno i Joy Division: un nome allegro, gioviale, spensierato, verrebbe da pensare. Non proprio: le Joy Divisions erano gruppi di donne, in gran parte di origine ebraica o prigioniere politiche, costrette alla schiavitù sessuale nei lager nazisti. Non che la band avesse simpatie neonaziste, anzi: era semplicemente uno degli effetti speciali in voga nel periodo punk, un po’ come la svastica sulla maglietta di Sid Vicious — uno che a malapena sapeva cosa fosse il nazismo — lo scopo era dare scandalo, dare scandalo negli anni ‘70.
In questa immagine, diventata poi iconica, vediamo i quattro componenti della band che guardano dritto davanti a loro, verso le scale che ancora oggi conducono alla banchina della metro. Siamo a West London, il freddo si fa sentire, e il quarto sulla destra è Ian che di professione vorrebbe fare il cantante. È in una posa con un giaccone lungo, lo sguardo perso nel vuoto, assente, i capelli schiacciati; sembrerebbe più un ragazzo della porta accanto che una rockstar. Infatti, quel 6 gennaio 1979 è ancora effettivamente un impiegato del Job Centre di Macclesfield, vicino a Manchester.
Forse Ian Curtis già sa che, da quel famoso scatto sulle scale della Tube londinese, darà il via a una fulminea stagione di parole e musica, aprendo la strada a un nuovo genere: il post-punk. Canzoni dai toni cupi diventate leggendarie come Love Will Tear Us Apart, Atmosphere, Transmission, She’s Lost Control, Decades e Dead Souls, una produzione musicale concentrata in soli due album, uno dei quali postumo.
“Ecco i giovani uomini, con il peso sulle spalle, Ecco i giovani uomini, beh, li ho già visti prima, Abbiamo bussato alle porte della camera più oscura dell’Inferno, Spinti al limite, ci siamo trascinati dentro” — (da Decades)
È un poeta questo figlio della Manchester operaia e grigia degli anni ‘60 e ‘70; è un vampiro, una supernova, una scia luminosa che rimane impressa nel buio dello spazio, una pulsar: proprio come l’iconica immagine degli 80 impulsi radio consecutivi emessi dalla pulsar CP 1919 sulla copertina dell’album che li ha fatti esplodere come fenomeno mondiale: Unknown Pleasures.
Secondo l’orizzontalità del tempo — il Cronos — quello scatto iconico fa parte di un segmento ormai compiuto, una cartolina sbiadita di materia estinta; le immagini, le parole, la musica, però, riescono a staccarsi dallo spazio-tempo salendo in verticale: non più l’essere umano e le regole che lo governano, ma la proiezione universale del suo pensiero senza soluzione di continuità, in una verticalità che ci rende tutti, inesorabilmente, contemporanei.
Scendendo le scale di Lancaster Gate, salendo sulla Central Line per una ventina di minuti si arriva a King’s Cross, il cuore della metropolitana di Londra, un dedalo di scale straripante di storie, lingue, sapori e significati.
“Londra, Tokyo, New York: le città cambiano, ma l’odore di ferro bruciato e l’alienazione dei volti sotto i neon rimangono gli stessi”, scrive Marco Pesaresi per raccontare il suo lavoro su 10 metropolitane del mondo, che diventerà il suo libro: Underground. Nelle viscere della terra il fotografo riminese si immerge nel metallo e nei luoghi claustrofobici del sottosuolo, regalandoci uno spaccato denso di emozioni, trasformando un non-luogo per eccellenza nel centro del mondo.
Sono ore, mesi, giorni, quelli che passa nel suo personale “viaggio al centro della terra”. Ma mentre Verne riempiva la profondità del sottosuolo di creature preistoriche e tecnologie avveniristiche, Pesaresi, invece, popola i suoi abissi di “creature” urbane: pendolari, emarginati, amanti, sbandati. Quindi, non vediamo l’uomo eroico e positivista dell’Ottocento, ma l’essere umano, alienato e fragile, senza filtri perché immerso nel proprio quotidiano.
“Underground è un libro di formazione, in cui la fotografia a colori funge da paciere tra l’esplosione di sentimenti contrastanti dell’autore e la necessità di essere testimone anziché protagonista — una scelta sempre difficile per un fotografo — che ci regala il suo amore per la fotografia, in costante lotta tra essere e apparire.”
Milano, Parigi, Londra, Berlino, Madrid, Mosca, New York, Città del Messico, Calcutta, Tokyo diventano un personale atlante umano nel quale perdersi e scappare dal peso della superficie, tra vagoni della metropolitana e scale che portano in tempi e luoghi sospesi, con confine ultimo: dare un senso al proprio viaggio.
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