Nell’epoca del tutto e subito, c’è chi ha deciso che l’unica vera rivoluzione nella street photography è riprendersi il proprio tempo. È il caso diSimone Morelli, protagonista della nuova intervista curata daMarco Sconocchiasulle pagine diArtribune.
In un mondo dominato dalla frenesia dei social network e dall’ansia di pubblicare, le parole di Morelli riportano l’attenzione su ciò che conta davvero: i rapporti umani. Il suo è un ritorno al contatto reale, lontano da quelle dinamiche digitali che lui stesso descrive perfettamente come un “vedere ma non toccare”.
Questa necessità di tangibilità si riflette in pieno nel suo amore per la fotografia analogica. La matericità della pellicola, l’attesa, lo studio certosino dei provini a contatto: tutti elementi che – racconta nell’intervista – lo hanno aiutato a disciplinare l’istinto e a costruire narrazioni a lungo respiro, dando peso e intenzione a ogni singolo scatto.
C’è un passaggio dell’articolo che colpisce nel segno:“Io penso che la fotografia sia la nostra grande menzogna, ma può raccontare anche delle grandi verità”. È una riflessione che va al cuore di chiunque stia cercando la propria voce, un invito a smettere di rincorrere le estetiche degli altri per cercare una propria urgenza espressiva.
Spesso, chi cerca tra lescuole di fotografia a Romalo fa con l’idea di voler imparare prima di tutto la tecnica. Ma la verità è che i settaggi della macchina si imparano in fretta; è lo sguardo che richiede tempo, dedizione e, appunto, lentezza.
Prendetevi cinque minuti per leggere l’intervista integrale suArtribune. Se poi vi viene voglia di approfondire, di guardare qualche stampa analogica vera e di parlarne dal vivo, a Daylight School c’è sempre spazio per un caffè e per confrontarsi su cosa significhi davvero vivere la strada.
Leggi l’intervista a Simone Morelli
